gennaio 8, 2019

Pensare l’Europa, oggi

Pensare l’Europa, e non solo vagheggiarla, invocarla, presumendo che essa sia qualcosa di costituito sulla base di radici consolidate e inamovibili, è uno dei compiti importanti e difficili che quest’epoca ci assegna. Pensare l’Europa vuol dire essere consapevoli che essa è un compito inesauribile, che ogni nuova configurazione potrà e dovrà lasciare spazio ad altre, e che per questo motivo siamo chiamati a impegnarci a generare figure e idee sempre nuove. Il carattere incoativo dell’Europa richiede un surplus di entusiasmo e di impegno, una capacità “esodale” che sappia uscire da ogni egocentrismo. Tutte sono e saranno figure imperfette, perché necessariamente incompiute, di una “verità” dell’Europa tanto più coerente e seria quanto più soggetta alla trasformazione continua.

Sarà cruciale ragionare secondo la categoria del “processo” più che a quella di “azione”. In Occidente la concezione dell’efficacia – economica, politica, psicologica – si è legata soprattutto alla valorizzazione dell’atto, alla dimensione egoica e spettacolare. Bisognerebbe invece saper contare sulle trasformazioni silenziose, che avvengono di nascosto, che portano i loro frutti in un secondo momento, non nell’immediato. Le figure dell’Europa saranno frutto di processi che governare, più che di atti di forza di élites politiche. Ma sarà fondamentale sviluppare, educare l’intelligenza a riconoscere questi processi e a saperne leggere le linee di fuga, le chine scivolose da evitare, le propensioni da favorire ed incentivare: noi europei possiamo imparare ad attivare risorse di senso che provengono da altri contesti, da altre tradizioni, come per esempio quella della “strategia” cinese, che – al suo meglio – sa aver a che fare con i tempi lunghi della Storia, con le dinamiche progressive, meno eclatanti ma più durature di proclami o slogan altisonanti[1].

Il bene comune dell’Europa si potrà cercare nelle immagini e nelle figure sempre nuove che lo costituiranno, tenendo presente l’eventualità sempre viva di far posto all’Altro che irrompe sulla scena, che giunge imprevisto. La disponibilità a stupirsi, ad accettare il thauma dell’Altro nelle sue figure più varie, ad accettare cioè l’inquietudine e renderla cooperante, feconda possibilità di approfondimento e di ampliamento del sé, passa attraverso la volontà di immaginare ulteriori possibilità e nuove composizioni dei legami – familiari, comunitari, sociali, culturali – che strutturano le vite degli esseri umani, e di creare nuove narrazioni in grado di offrire orientamenti e modi per incontrare l’altro. L’ambito del Politico è chiamato a incentivare, a promuovere e favorire nuove articolazioni di senso, ad accogliere, a reggere e a gestire – senza irreggimentare – la pluralità degli stili di vita, esaltando la ricchezza delle diverse risorse culturali e contenendo le ripercussioni e le insicurezze che ogni grande mutamento comporta. Essere propositivi rispetto alle istanze incipienti non significa diventare ciechi ai contraccolpi che queste producono.

Se è vero che l’Europa sta rischiando di dimenticare il valore liberante ed euristico dell’utopia[2], si apre una stagione in cui ad essere valorizzati potrebbero essere piuttosto i caratteri positivi che si accompagnano all’eterotopia. La valenza generativa, incitativa del “luogo altro” che muove il pensiero e la prassi può essere oggi la cifra del dischiudersi di vie che l’utopia aveva ignorato o addirittura sbarrato. Ci si dovrà muovere sulla sottile linea di confine che sutura l’ambivalenza del communis: in quanto tale, esso può infatti tanto aprire quanto chiudere a una dimensione di appartenenza e di cittadinanza, è inclusivo ma anche esclusivo; può identificarsi con il proprio (a detrimento di chi non vi è inscritto) oppure opporvisi (limitando gli effetti e le prerogative dei particolarismi). A differenza dell’universale, che è un concetto della ragione e che resta legato a categorie logiche, che poi vengono messe a prova nella realtà dei fatti, il comune implica un calarsi nell’immanenza della vita, della condivisione dell’esperienza[3]. Ma è proprio in virtù della sua ambiguità appartenenza/opposizione, inclusione/esclusione, e non malgrado essa, che il comune va considerato un bene; per lo stesso motivo, il bene dell’Europa (genitivo soggettivo e oggettivo) deve essere considerato “comune”. Non c’è dono di valore che non rechi in sé una duplicità costitutiva, perché solo il confronto con l’ambivalenza, con l’ineludibilità della scelta, produce una soggettivazione e una responsabilizzazione dell’individuo – chiave di accesso a una vita comunitaria consapevole, agita in prima persona e non meramente subita. «Si abbandona la pretesa di trovare la verità soltanto nel cerchio ristretto della propria soggettività; […] non per andare verso un sistema totalitario, ma per andare verso un’intersoggettività del Mondo-tutto»[4].

Non si può obbligare nessuno a reggere l’urto del thauma, ad incontrare l’Altro, a lasciarsi pro-vocare da esso: lo Stato o la comunità di Stati che costringesse a questo comportamento assumerebbe una configurazione di carattere totalitario. Quello che può, e forse deve, fare è invece offrire la possibilità ai propri cittadini di educarsi perché le domande e le risposte diventino occasioni di soggettivazione e non di reificazione, perché siano avvertite ed elaborate da ciascuno per poi essere riportate nella collettività. Non indottrinamento delle folle, né idiotismi solipsistici, ma fecondazione di ciascun soggetto nella consapevolezza che solo insieme all’altro ogni “sé” può davvero riconoscersi. “Educarsi” non è solo “essere educati”, intendendo il “si” come passivante; è anche un educare se stessi, nell’uso riflessivo del pronome. Una scuola che non si riduca alla controfigura di se stessa ha il compito di fornire gli strumenti per costruire la propria casa, il proprio oikos, e non quello di dispensare a ciascuno studente un prefabbricato a cui adattarsi senza possibilità di critica. Non ci può essere discorso sul Politico che non mantenga al suo centro anche un pensiero legato all’educazione e alla ricerca; da ciò che uno Stato decide da fare o di non fare per l’istruzione, si capisce che tipo di Stato sia, quale modello di oikos e di nomos esso offra.

Compito della politica, in un’ottica europea che non si voglia ancorare a un passato obsoleto o a miti isteriliti, è anche quello di rinnovare costantemente le proprie strategie d’azione, percorrere vie non ancora battute, aprirsi a logiche d’azione suggerite da contesti culturali diversi e da categorie difformi rispetto a quelle tradizionali. Come si è detto in precedenza, apprendere le dinamiche del pensiero cinese può far scoprire modi di abitare il mondo e di costruirvi figure della relazione capaci di arricchire il panorama della cultura occidentale, che oggi stenta a mantenere efficace la propria operatività. La strategia cinese, oggi emergente dopo alcuni secoli di subalternità all’avanzata occidentale, insegna a promuovere un continuo bilanciamento tra le le parti in gioco. Ciò che conta è mantenere vivi i processi, nei quali le parti in causa si coappartengono e si rigenerano a vicenda. Ad essere evitato è il blocco, la stasi, il contrasto che non genera nuovo movimento ma fissa le parti in un’opposizione sterile. La “fissazione” si oppone a ogni forma di elaborazione del senso, a ogni possibilità di sviluppo. Invece di erigere fronti contrapposti, bisogna imparare a seguire tattiche e strategie indirette, oblique, che sappiano tanto impiegare gli strumenti dell’argomentazione dialettica quanto produrre nuovi orizzonti di senso, mythoi slegati da localismi e idiotismi.

L’interesse per l’alterità non è un fenomeno di curiosità per l’esotico, e neppure è soltanto una risorsa teoretica (per imparare a pensare altrimenti) o etica (per non fossilizzarsi nelle secche delle proprie abitudini inveterate). È una risorsa strategica, che introduce possibilità d’azione là dove, diversamente, sarebbero apparsi solo blocchi o contrasti irriducibili. L’Europa è chiamata a proseguire e rinnovare una delle sue vocazioni storiche: lo sviluppo e la custodia di un’intelligenza poliglotta, flessibile, che vive nella pratica della continua traduzione. È necessaria un’intelligenza che sappia convocare lingue e pratiche di pensiero da fonti diverse, facendole cooperare e trasformandole, aprendo la strada a possibilità di pensiero, di convivenza e di comprensione ancora inesplorate.

Marcello Ghilardi

Professore Associato di Estetica presso l’Università di Padova, le sue ricerche vertono sui rapporti tra filosofia, arte e pensiero orientale, interculturalità ed estetica. Ha collaborato a “Lacan e la Cina” (LP, n. 56-57).

 

[1] Cfr. F. Jullien, Cinque concetti proposti alla psicoanalisi, tr. it., La Scuola, Brescia 2014; Id., Trattato sull’efficacia, tr. it., Einaudi, Torino 1997.

[2] Cfr. M. Cacciari, P. Prodi, Occidente senza utopie, Il Mulino, Bologna 2016.

[3] Cfr. F. Jullien, L’universale e il comune. Il dialogo tra le culture, tr. it., Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 5-34.

[4] E. Glissant, Poetica del diverso, Meltemi, Roma 1998, p. 104.