dicembre 20, 2018

L’ignoranza dell’Europa

Nel sessantesimo anniversario del primo atto costitutivo dell’Europa, il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha annunciato “Fatti gli europei, ora bisogna fare l’Europa!”, alludendo in questo modo a un’altra frase famosa, “Fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”, che Massimo D’Azelio avrebbe pronunciato all’alba dell’Unità d’Italia nel 1861. In entrambe le situazioni il riferimento è chiaro e riguarda la difficile governabilità e integrazione di popoli così  eterogenei e distanti fra loro.  Essere Italiani o essere Europei concerne l’identità, ed è quindi una questione di identificazione con un significante fondamentale.  L’amore e l’odio per l’Europa non può prescindere da questi processi di identificazioni già esplorati da Freud in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”.  Senza ideali simbolici e senza passioni non si producano né identificazioni, né identità.  L’ambivalenza affettiva nei confronti dell’Europa è legata alla complessità del “sentirsi europei”, espressione ancora molto precaria e confusa per i cittadini dell’Unione.

La Storia trasmette che i Padri fondatori avevano pensato a un’Europa dei popoli, “estesa dall’Atlantico agli Urali”[1], come lo sperava il generale De Gaulle, un’Europa attraversata dal romanticismo, da un ideale sovranazionale, dallo spirito del dopo guerra e dal grido “mai più quello!”.  Possiamo oggi dire che c’è un “sogno europeo” così come si parlava una volta del “sogno americano”?  Alla fine degli anni cinquanta, questo sogno significava in primo luogo: pace! Significava accettare le differenze degli Stati, stringere alleanze con nemici secolari contro i quali tanto sangue era stato versato negli anni e nei secoli precedenti. Che rimane oggi di questo sogno? La mia generazione, nata insieme all’Europa dei primi sei paesi firmatari, non ha conosciuto la guerra; per la prima volta un’intera generazione ha vissuto senza la ferita diretta, intima, devastante, della guerra nelle proprie case. Condizione privilegiata e sconosciuta ai nostri genitori e ai nostri nonni, essa è considerata spesso come una normalità, è data per scontata, e l’eco dei cannoni e dei bombardamenti tra Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Spagna… appartiene al passato dei nostri libri di storia.   Eppure la fine delle guerre europee non ha inaugurato la fine dell’odio, né l’affermarsi di una armonia europea. La guerra, che è sempre stata quella dei mercati, ci risparmia oggi gli antichi campi di battaglia, ma continua a essere feroce e animata dalla volontà di egemonia e di potere.  Il parlamento europeo con i suoi 750 deputati eletti democraticamente dai cittadini degli stati membri è la sola istituzione eletta dal popolo europeo, ma nei fatti il suo potere è estremamente limitato e l’emiciclo di Strasburgo è spesso teatro di attacchi, accuse e lacerazioni, quando non si tratta chiaramente di insulti. L’attuale Europa non riesce a coniugare gli imperativi dell’economia e del mercato con gli ideali di unione e di libertà.  Gli interessi economici e gli egoismi ad essi correlati, non sembrano trovare una facile articolazione con il sogno di una Europa democratica fondata sulla fiducia reciproca e sulla solidarietà.  L’allarme migratorio ha rivelato in modo lancinante la crisi politica Europea, mostrando l’altra faccia dell’unione, quella dell’indifferenza, che è spesso la maschera dell’intolleranza e dell’odio.  Nuovi fantasmi si agitano alla radice di un rinnovato razzismo, da tempo profetizzato da Lacan che, in Televisione, ne anticipava l’ascesa, indicandone la causa nella tensione che si apre tra le parvenze di fratellanza “l’umanitarieria d’obbligo[2] e ciò che di insopportabile c’è nel godimento dell’altro.  La guerra non è solo fra le culture ma soprattutto fra i diversi modi di godere, comandati, quest’ultimi, dalla ferocia del super-Io. Il discorso capitalista subordina il godimento agli oggetti e alla loro consumazione sfrenata. La circolazione degli oggetti di produzione è la principale preoccupazione dell’economia europea confrontata tra l’altro al surplus di prodotti in eccesso. Le “quote di produzione” imposte dall’UE non hanno risolto i problemi di conflitto tra gli Stati e la Corte di giustizia Europea moltiplica le condanne e le sanzioni ai paesi insubordinati. L’Italia per esempio supera da anni la quota nazionale di produzione di latte, contravvenendo agli accordi stipulati a Bruxelles. E’ interessante che sia proprio il latte, uno dei prodotti più sensibili negli scontri economici dell’Unione, scontri che producono il malcontento degli allevatori frustrati dall’imposizione di limitazioni. I produttori vogliono avere diritto a più latte e guardano “con occhio torvo” i paesi concorrenti! La vignetta agostiniana, che Lacan ha spesso commentato[3],  non è lontana da questa antica tenzone. L’odio procede dal godimento dell’altro, dall’invidia di un godimento insopportabile perché appare  superiore, migliore, comunque diverso dal mio.

L’amore e l’odio per Europa passa quindi per la via dell’oggetto. Progettato, prodotto, immesso nella circolazione del mercato, conteso, desiderato, consumato, l’oggetto è il fulcro del discorso capitalista, così come è stato formalizzato da Lacan negli anni settanta, attraverso una piccola inversione della scrittura del discorso del padrone. Facendo del discorso capitalista il modello del consumo moderno, Lacan ne ha sottolineato l’astuzia e l’accelerazione, ma ne ha anche indicato il potere distruttivo, mostrando come esso consumi sé stesso nella follia del consumo. “ça se consomme si bien que ça se consume”[4].

E’ rilevante che l’Europa del trattato di Roma del 1957 abbia le sue radici nella CECA, cioè in un’organizzazione nata qualche anno prima attorno a due oggetti fondamentali: l’acciaio e il carbone, due “oggetti”  talmente irrinunciabili per l’energia e per l’industria, che fu urgente nel dopoguerra, regolarne la produzione e la consumazione, cioè le modalità di godimento.  In seguito tutti gli oggetti della produzione-consumo della futura Comunità Economica Europea, passeranno al vaglio di questo dispositivo regolatore.

Nel suo recente articolo, “Il trionfo degli oggetti”[5] , Marie-Hélène Brousse, indica come la crisi che attraversa oggi la Francia, di cui i “gilets jaunes” sono l’ultima emergenza, metta al primo piano della politica, non le idee, ma gli oggetti! L’attuale nuovo discorso del Padrone, pone gli oggetti nel posto di comando, quello dell’agente, ma, a differenza del discorso analitico, qui l’oggetto è in posizione di dominazione, è al centro delle derive soggettive[6].  Queste derive non riguardano solo la Francia, esse rappresentano una minaccia per tutta l’Unione Europea. L’Europa stessa rischia di situarsi al posto dell’oggetto, e più precisamente dell’oggetto-scarto, se il suo funzionamento resta ridotto ai termini di mercato e finanza. Se il rapporto tra i paesi membri è solo quello del controllo sospettoso, della misurazione dei bilanci, del confronto iroso, delle minacce reciproche di espulsione o di fuoriuscita, non ci sarà spazio per l’Europa delle idee, delle culture e dei sogni.

Il rischio maggiore per l’Europa non è quello di essere odiata dai suoi detrattori, ma quella di odiare se stessa, perseverando nell’ignoranza (altra passione dell’essere) dell’alterità che incontra in sé, quell’ignoranza che produce il rifiuto dell’Altro da sé che è in sé. Rifiutare il confronto con l’alterità contenuta in sé, conduce all’odio di sé, cosa insopportabile che viene quindi proiettata sull’altro da odiare: la straniero, il migrante, e anche il concorrente nelle quote di un latte che non è mai abbastanza, perché è l’essere stesso di colui che possiede l’oggetto bramato, ad essere il bersaglio dell’odio. La scommessa dell’Europa è quindi di poter acconsentire a questa intima alterità, assumendo la responsabilità delle proprie divisioni, delle contraddizioni strutturali, senza rinunciare al confronto con la differenza.

Cinzia Crosali

[1] Formula pronunciata da Charles De Gaulle il 25 marzo 1959 nel corso di una conferenza stampa : «…noi che viviamo tra l’Atlantico e gli Urali, noi che siamo l’Europa…».

[2] cf. Lacan J. in « Altri scritti », Televisione, Einaudi, Torino, 2013, p.528

[3] cf. Lacan J. in « Scritti », Einaudi Torino 1974, L’aggressività in psicoanalisi, pp.108-109

[4] Lacan J., Conférence donnée à l’Université de Milan,  le 12 mars 1972, in  Lacan in Italia 1953-1978, Lacan en Italie, Milano, La Salamandra, 1978.

[5]Cf. https://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2018/12/LQ-806.pdf

[6] idem