ottobre 1, 2018

Amore e odio per l’Europa – Forum di Milano

L’Europa a cui vorremmo pensare è quella descritta da Stefan Zweig ne Il mondo di ieri, un luogo in cui si poteva vivere da cosmopoliti, perché “il mondo intero ci si spalancava davanti. Viaggiavamo dove volevamo senza permessi, senza che nessuno ci chiedesse conto delle nostre idee, della nostra origine, della razza, della religione”. E quando, dopo la guerra, per uscire dal paese per la prima volta gli venne chiesto il passaporto, fu per lui un’esperienza strana e sgradevole. A quel tempo non si era né filo-europeisti né euroscettici. Si era europei e basta, e fu la prima guerra mondiale a dissolvere l’Europa in cui Zweig, ma anche Freud, erano vissuti, e in cui la psicoanalisi era nata.

C’è stato un momento in cui in Italia la maggioranza era assolutamente filo-europeista. Essere accolti nella moneta unica, al tempo di Prodi, appariva come un punto d’orgoglio e, forse, l’identità europea militava contro quella italiana, sentita svilita ed espropriata da quella che poi si è chiamata la “casta”. Oggi l’umore anti-europeo è dominante, e ogni proclama sovranista, urlato in sovratono, alimenta un orgoglio nazionale le cui ferite non sono mai abbastanza lenite.

In Francia, nel maggio del 2005, un referendum boccia la Costituzione europea, seguìto a ruota dal veto olandese. Nel 2017 lo spirito anti-europeo dell’esagono si rovescia con la spettacolare passeggiata di Macron nel cortile del Louvre accompagnato dalle note dell’Inno alla gioia e con l’annuncio della speranza di una rinascita per l’Europa.

La Germania è sempre stata europeista a modo suo, in modo tale cioè da non compromettere i propri interessi e il proprio ruolo economicamente egemonico. La Grecia è in prima linea tra gli euroscettici, pur avendo dovuto accettare un salvataggio, bisogna dire, tutt’altro che gratuito.

La comunità europea nasce, in fondo, dal fallimento dei nazionalismi. Ma i nazionalismi rinascono oggi sotto la nuova stella del sovranismo.

I sentimenti degli europei sono ora contrastanti, e il senso di appartenenza è definito solo dalla moneta. Mancano a far legame quelle che si chiamano le dignified parts dell’istituzione, le componenti solenni, quelle che mobilitano i sentimenti e le passioni, e che sostengono l’identificazione.

Non possiamo tuttavia dire che siano mancate passioni in Europa, dal tempo della guerra dei Trent’anni alla caduta di Hitler, ma sono state piuttosto passioni distruttive, a parte la breve parentesi della Belle Epoque di cui ci racconta Zweig. Un’Unione fondata solo sulla moneta serve a esercitare la funzione di sterilizzarle, di sopirle, di dimenticarle in un passato elaborato solo in parte.

Senza il collante dell’ideale, che convoglia i sentimenti ambivalenti mettendo a profitto l’amore ed economizzando l’odio come energia trasformativa, le passioni tracimano, si scatenano incontrollate, creano correnti alternate, attriti, collisioni, incontri cercati e al tempo stesso rifuggiti.  La psicoanalisi ci ha fatto conoscere il fenomeno che Freud chiamava ambivalenza, che Lacan ha chiamato hainamoration, amore e odio inestricabilmente fusi nello stessa colata lavica di sentimento. Conosciamo le passioni distruttive che la logica dell’ossessivo rivolge al proprio oggetto d’amore, ingabbiandole in un labirinto di pensieri in cui il soggetto stesso resta imprigionato o si smarrisce. Sappiamo come l’isterica tenda trappole all’oggetto amato togliendogli il tappeto sotto i piedi. Nei sintomi contemporanei mancano questi binari simbolici, mancano i labirinti e le trappole. L’odio e l’amore si manifestano senza argini, e fanno crescere paure sproporzionate accanto a speranze inaudite inevitabilmente gravide di delusione. L’Europa securitaria, populista, traversata da muri reali o ideali che vediamo oggi è figlia di queste paure e di queste delusioni, che si trasformano inevitabilmente in rabbia. Sappiamo cosa dice Lacan della rabbia: è il correlato del senso d’impotenza, quand les petites chevilles n’entrent pas dans les petits trous, quando i tasselli non s’infilano al posto giusto. L’Europa di oggi è un puzzle di tasselli che non si combinano tra loro. Possiamo amarla o odiarla, ma non possiamo smettere di costruirla, e con essa dar vita a uno spazio dove, con l’aiuto della psicoanalisi, il desiderio non si trasformi in una passione spenta.

 

Marco  Focchi