febbraio 13, 2019

Amore e odio per la lingua

Amore e odio per l’Europa evoca un altro binomio: amore e odio per la lingua. Il sublime e l’orrore della lingua vengono a galla ogni volta che spira un’aria mefitica come quella che spira oggi, di nuovo, dopo gli orrori del XX secolo, in molti paesi di questo antico continente, culla di civiltà e crogiolo  di lingue: l’Europa.
Nessuno come gli scrittori e i poeti dell’esilio ha saputo dare voce a quanto la lingua può trasportare di questo sublime e di questo orrore, non solo nella non accettazione dell’idioma dell’altro – immigrato ospite – e nella difficoltà di apprendere l’idioma del paese ospitante lasciando il proprio, come splendidamente narra la regista Nurith Aviv nel suo film D’une langue à l’autre, ma anche nell’impoverimento che la lingua stessa di un paese patisce per bocca e nei detti di chi pretende difenderne le radici, la purezza, rivendicando il sentimento – menzognero – della terra di appartenenza, della nazione, della patria, e appiattendo quel che nella lingua fa macchia, muta, singolarizza, apre.
Così come “Il poeta di fronte alla società ha un solo dovere: scrivere bene. […] Infatti, il poeta è il servo della lingua [scriveva Iosif Brodskji] il suo custode e il suo motore. E quando […] viene accettato dalla gente, succede che la gente si mette a parlare la lingua di quel poeta, non quella dello ‘stato’”[1], allo stesso modo possiamo dire, con il Lacan del 1973, che gli analisti, che “beneficiano di quel  nuovo destino, per il quale, per essere, devono ex-sistere [hanno il dovere di rimanere] Insituabili nei vari discorsi precedenti  [,gli analisti che] si credono, invece, tenuti a trarre sostegno dal senso di quei discorsi […]”[2].
Gli psicoanalisti, alla stregua dei poeti, sono servi della lingua a modo loro, per via del particolare rapporto che intrattengono con la lettera, e insituabili. La loro posizione di fronte all’orrore di certe politiche con lo svilimento della parola che esse comportano dipende dal dire bene, dall’ascoltare bene, dallo scrivere bene, all’insegna del “ben-dire” a cui ci ha invitati Lacan. La posizione degli insituabili è una posizione etica  che fa da barriera logica a quella dei così detti collaborazionisti del discorso del padrone, posizione nella quale tutti possiamo  cadere, anche se ammantati del sembiante di chi crede di mettersi di traverso a questo discorso ma, in realtà, lo sposa in toto.
Insituabili, liberi, ma sottomessi al linguaggio come a uno Stalin, gli analisti  sanno bene che c’è un buco nel sapere, che non-tutto è  preso lì dentro, non-tutto è saturato dal linguaggio in maniera immutabile, come invece pensava e voleva Stalin, imperatore del mondo moderno, quello Stalin il cui nome “conviene decifrare dietro a quello di Jakobson, linguista”[3]Se ci fermiamo alla Storia è così, ma Lacan non si è fermato alla Storia, pur evidenziandone le rotture maggiori, prima di tutte la rottura della scienza da cui la stessa psicoanalisi dipende. Il linguaggio è dunque il luogo di partenza, il riferimento, sì, ma solamente in quanto, ricondotto al reale, si fa tenente luogo del soggetto, un soggetto sempre esiliato dalla pulsione. Questo è il punto cruciale che fa la differenza con la linguistica. Una faccenda strutturale di esilio e di lingue, dunque, non più di una sola lingua, ma una lingua saputa e non saputa, una lingua che parla da dentro l’essere parlante, una lingua che parla attraverso i marchi sul corpo: lingua bucata che convoca ciascuno all’incontro con la più profonda e al contempo estranea intimità.
Nel testo di una conferenza, tenutasi a Vienna a favore degli esuli nel 1987, Brodskji scriveva:  “Poiché non sono molte le cose in cui riporre le nostre speranze di un mondo migliore, poiché tutto il resto sembra condannato a fallire in un modo o nell’altro, dobbiamo pur sempre ritenere che la letteratura sia l’unica forma di assicurazione morale di cui una società può disporre; che essa sia l’antidoto permanente alla legge della giungla; che essa offra l’argomento migliore contro qualsiasi soluzione di massa che agisca sugli uomini con la delicatezza di una ruspa – se non altro perché la diversità umana è la materia prima della letteratura, oltre a costituire la ragion d’essere”[4].
Salvare la lingua contro la legge della giungla, evocazione di quella “lingua salvata” di cui Elias Canetti ha fattoun omaggio allo studio, alla memoria, all’impegno per costruire la propria identità: una identità mista, fatta di pluralità, ricavata e scavata nella diaspora, anche a partire da quella “lingua speciale che io non capivo”, il tedesco dei suoi genitori nei “loro felici anni di studio”[5], il tedesco, lingua del persecutore.
La lingua dell’altro appartiene a ciascun essere parlante per struttura, come l’esperienza analitica evidenzia. Ciò che questa lingua veicola è un godimento singolare, materia prima di ogni destino – “Se si incontra qualcosa che definisce il singolare, è quanto ho chiamato col nome di destino. È questo, il singolare”[6], ci dice Lacan.
L’amore per la lingua come antidoto all’odio per la  lingua, che non è altro che odio per la “diversità umana”, per la differenza assoluta in nome della normalizzazione. Vi è  qualcosa di grottesco e di paradossale, oggi in Italia, quando invochiamo l’amore per la lingua e pensiamo di  volerla salvare dall’appiattimento a cui la riducono. Chi ha la salvezza nel nome, seppure al diminutivo(!), è lo stesso che, dal suo Stalin del linguaggio e in posizione paterna, che certo non fa eccezione al “totalitarismo dell’universale”[7]sbragita come l’asino sbranando la lingua fino a renderla inservibile al ben-dire e facendone il facile viatico al silenzio e alla xenofobia, anticamera dell’odio razziale. Resta alla psicoanalisi, agli analisti, continuare ad articolarla alla letterarietà dell’uno per uno facendo in modo che non venga fagocitata dall’universale.

Céline Menghi


[1]Solomon Volkov, “Dialoghi con Iosif Brodskij”, Lieto Colle.

[2]J. Lacan, “Introduzione all’edizione tedesca degli Scritti”, Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 547.

[3]J.-C. Milner, “L’Oeuvre claire, Lacan, la science, la philosophie”, Seuil, Paris 1995, p. 89.

[4]I.  Brodskji, “Dall’esilio”, Adelphi, Milano 1988, p. 15.

[5]E. Canetti, “La lingua salvata”, Adelphi, Milano 1980, p. 39.

[6]J. Lacan, Sulla regola fondamentale, in «La psicoanalisi», n. 35, 2004, p. 11.

[7]J. -A: Miller e Antonio Di Ciaccia, “L’uno tutto solo”, Astrolabio, 2018,p. 146.